cadere - tirarsi su per i capelli abbandonarsi alla gravità - sorreggere avanzare ciecamente - sgombrare il cammino dagli ostacoli abbracciare senza abbracciarsi, baciare senza baciarsi.
Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l'ho ancora detto.
Cosa c'è di più radicale della "paura di non essere amabili"? C'è! C'è un livello più profondo. Di questo credo parli il primo episodio di Tokyo.
Ci si rinchiude in un ordine asettico, in un mondo rigidamente - per quanto artisticamente - tenuto sotto controllo, per proteggersi dalle turbolenze della vita e delle relazioni. Eppure, a volte, un dettaglio, scorto da uno sguardo mantenuto ostinatamente basso, può essere così sottile da scovare quell'unica crepa da cui filtrare. E da lì il mondo può fare breccia. Ci si pensa diversi, rari, quasi unici nell'isolamento e la sorpresa è che tutti, come te, sono diventati Kikikomori. C'è qualcosa che spinge fuori, che non si lascia - né ci lascia - inscatolare allo stato di monade. Più potente della paura d'incontrare, quella forza fa tremare la terra e le pareti dei bunker finemente arredati. E' il terzo episodio. Il secondo è Una Merda! Ben composta e arrotolata però!
Cosa ho davanti, non riesco più a parlare dimmi cosa ti piace, non riesco a capire, dove vorresti andare vuoi andare a dormire. Quanti capelli che hai, non si riesce a contare sposta la bottiglia e lasciami guardare se di tanti capelli, ci si può fidare.
Conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento per i tuoi pochi anni e per i miei che sono cento non c'è niente da capire, basta sedersi ed ascoltare. Perché ho scritto una canzone per ogni pentimento e debbo stare attento a non cadere nel vino o finir dentro ai tuoi occhi, se mi vieni più vicino.........
La notte ha il suo profumo e puoi cascarci dentro che non ti vede nessuno ma per uno come me, poveretto, che voleva prenderti per mano e cascare dentro un letto..... che pena...che nostalgia non guardarti negli occhi e dirti un'altra bugia A..Almeno non ti avessi incontrato io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato.
Tu corri dietro al vento e sembri una farfalla e con quanto sentimento ti blocchi e guardi la mia spalla se hai paura a andar lontano, puoi volarmi nella mano ma so già cosa pensi, tu vorresti partire come se andare lontano fosse uguale a morire e non c'e' niente di strano ma non posso venire
Così come una farfalla ti sei alzata per scappare ma ricorda che a quel muro ti avrei potuta inchiodare se non fossi uscito fuori per provare anch'io a volare e la notte cominciava a gelare la mia pelle una notte madre che cercava di contare le sue stelle io li sotto ero uno sputo e ho detto "OLE'" sono perduto.
La notte sta morendo ed e' cretino cercare di fermare le lacrime ridendo ma per uno come me l' ho gia detto che voleva prenderti per mano e volare sopra un tetto.
Lontano si ferma un treno ma che bella mattina, il cielo e' sereno Buonanotte, anima mia adesso spengo la luce e così sia.
Mezzi matti, nevrotici, svitati a chiedergli aiuto. E lui, Henry, lì a riempire il ruolo che si è guadagnato in anni di studio e di carriera, su una poltrona di psichiatra. Henry non è Henry, è un professionista e la sua professione è stare su una barca e gettare quantomeno i salvagente ai tanti naufraghi, per tanti motivi, che gridano aiuto tra i flutti che vogliono inghiottirli. Henry non può esimersi, ma è lui stesso tra i flutti, schiacciato dal senso di colpa per il suicidio della moglie che non ha saputo prevenire né evitare e che comunque non riesce a spiegarsi. Henry non può fare nulla: in fondo ciascuno può salvare solo sé stesso, non ci sono né salvagente né scialuppe di salvataggio. Pure la barca è solo un'illusione. Siamo tutti giù tra le onde che provano ad ingoiarci, ognuno con il suo dolore irrisolto. Possibile è solo la fratellanza, la partecipazione. - Non passerà vero? - No. Ma siamo qui, ed è già qualcosa.
Più che lo spruzzo incadescente, lo scoppio soffiato di una bolla di terra e metallo incadescente che schianta la membrana gonfia. Più che quello spruzzo incadescente nel nero della notte, il rumore della lava che scende, lungo la sciara, rotolando su se stessa, giù verso il mare. Un gorgogliare sordo che accompagna poche scintille che scendono nel buio e sembrano gazzelle che si rincorrono in un insensato scapicollarsi verso il basso, con lunghi balzi. E gorgoglia... gorgoglia.
Ma la tristezza non so farla svanire, posso al massimo caricarla sulle spalle mentre salgo il costante pendio o mentre tento di decifrare il labirinto.
Nei momenti migliori mi seggo di fronte a lei, la guardo mentre non dice niente, fino alla sconfitta dell'abbraccio.
Il caldo di Firenze nei giorni appiccicosi di quest'estate che non vuole finire, mi stava facendo a mia volta appiccicoso, di gomma, bloccato in un andirivieni affannoso e frustrante, di piccole commissioni, rattoppi, aggiustamenti amministrativi, manutenzione di oggetti, cose e relazioni tendenti allo sfaldamento naturale, porte trovate chiuse di un inizio prematuramente cercato ed altre sbattute in faccia ad un tentativo maldestro ed ingenuo d'ingresso nel nuovo anno. Che, come noto, inizia adesso, a Settembre! Orrore insopportabile della normalità - se questa può chiamarsi tale - e schiodatura repentina con colpo di reni: via da questa noia inusitata, verso l'incadescenza di lava e il metallico ribollire di magma sotto lo spessore scuro della roccia.
L'eleganza dei gabbiani... Ci seguono paralleli, apparentemente fermi, senza battito d'ali, senza fremere di penne. Involontari campioni d'ingegneria, artisti del volo bianchi come la purezza.
Chi potrebbe sospettare spietatezza, il razzolare frenetico tra i rifiuti con quel manto pettinato e bianco?
Un gabbiano ti frega, non c'è niente da fare! Ti viene da pensare che voli per il gusto di planare e di sentire frusciare tra le piume l'aria fresca e salmastra.
E invece cerca resti, gli scarti ispidi del nostro cibo di umani. Se non trova niente che gli serva corrompe la planata con un battito d'ali, cambia obiettivo, cerca altrove, cibo, in qualsiasi forma: netturbino pennuto in livrea bianca.
Le luci del porto cominciano ad opporsi all'oscurità che cala. Si mollano gli ormeggi: la scia bianca della schiuma compie i suoi ghirigori mentre ci allontaniamo dal molo.
Una lancia ci segue defilata a destra, lampeggiando un faretto rosso. Dieci passi fianco a fianco, rispettosi, mentre noi puntiamo la notte e il mare aperto. Poi basta: le scie si separano, la piccola imbarcazione compie agilmente una stretta U - arrivederci forse - torna alla banchina in cemento.
Un cono sbreccato che si staglia più scuro nell'oscurità della notte che prepara il giorno, senza smussature a concedere al mare lembi di terra scoscesa. La sabbia grossa e nera che fa nero il mare trasparente; il sole lunare è appena sorto da una striscia di nebbia appoggiata sull'acqua piatta; io non capisco e non ho fretta di capire.
ci sono 2 modi per staccarsi dalla propria ombra il primo è saltare, ma è il tempo strappato alla gravità il secondo è entrare nel buio, dove l'ombra inbloba l'ombra e ingloba...
Sono pronto, tutto è stato preparato con la massima cura, tutto ciò che precede il grande rischio è stato preparato nei dettagli, tutto quanto era calcolabile è stato calcolato: la corda è tesa al massimo per rendere minime le oscillazioni, i tiranti sono ben saldi, i battiti hanno il ritmo dei passi di chi non ha premura. Sto per abbandonare il quadrato di cemento di cui le piante dei piedi conoscono ogni minima irregolarità, per raggiungerne un altro, nuovo ed ignoto. Tra la partenza e la meta una fila di passi allineati sospesi nel vuoto. Basta adagiare i piedi sulla fune per compiere il percorso, non c'è modo di sbagliare strada: tra l'origine e la destinazione c'è solo il percorso più breve; basta appoggiare il tallone alla punta; sono sufficienti meticolosità e precisione: non un grammo da un lato più che dall'altro.
E' una giornata nebbiosa, ma non so dire se il cielo sia nuvoloso, perché non so più distinguere cosa sia cielo. La terra sì, è quella laggiù che scorgo brulicare nella frenesia dell'assicurarsi una tranquillità che sempre scarta. Ma l'aria... l'aria tra la terra e me, velata di bianco, non è forse già cielo? Poco importa in fondo il nome da dare alla trasparenza lattea che mi accingo a trapassare, seguendo la linea che collega queste due parti solide: dall'altra parte due puntini neri agitano le braccia. Dietro di me il sorriso più bello - uno solo che li racchiude tutti - senza muovere le labbra, senza emettere suono, dice ora è tempo. E scioglie l'abbraccio, decretando inutile il restare, inavverabile ciò che non è stato avverato. Ruoto gambe e tronco, ma la testa non riesco a girarla. Finalmente recido lo sguardo e lo volgo in avanti parallelo al filo nero.
Ecco ci siamo: tengo l'asta del bilanciere con forza, le palme rivolte verso l'alto e le dita che le si avvolgono attorno, equidistanti dalla tacca che ne segna il centro. Conosco bene quello che sto per fare, i termini esatti del gioco che mi appresto a giocare: per anni mi sono allenato a questo, per anni ho affilato il mio corpo per camminare sul filo di lama. Ho imparato a fermare la mente giocolando in essa sette palline della materia del sogno, ad ottenere l'immobilità attraverso il ritmo di un movimento circolare invisibile all'esterno. Conosco l'unica sensazione di durezza del cavo che sostiene, riflettendo il peso del corpo tagliato in due da un piano immaginario; la sensazione di solido sotto la pianta dei piedi strettamente consecutivi, passaggi stringenti di un ragionamento ferreamente logico. Staccando il piede dal cornicione e appoggiandolo sulla fune tesa sto per proferire parola. La prima di un discorso da dipanare in linea retta allineando i passi.
Non c'è gran differenza tra ciò a cui mi accingo e il comune camminare: il solido è sotto la pianta dei piedi e la sensazione intorno è di impalpabilità. Unica novità il costo di un passo falso.
Tutto era partito così, in fondo: “cos'è un po' di dolore al cospetto dell'inizio di un sogno”. E il sogno era nato in anticipo rispetto al suo materializzarsi, nella piena sprezzante indifferenza tra l'atto e la potenza. Che ridere la materia!
Forse è follia. O follia è lasciar consumare il supremo tesoro senza osare rischiarlo per il sogno? Io scelgo di giocarlo così, in un solo studiatissimo gesto; scelgo di essere disposto a pagare il prezzo umanamente più alto in favore dell'inutile bellezza.
"La vita è una musica che svanisce appena l'hai suonata. La musica è più bella della sua partitura, non c'è dubbio. Ma della musica, quando è stata suonata, nella vita resta la partitura."
Saudade è una parola portoghese di impervia traduzione, perchè è una parola-concetto, perciò viene restituita in altre lingue in maniera approssimativa. Su un comune dizionario portoghese-italiano la troverete tradotta con 'nostalgia', parola troppo giovane (fu coniata nel Settecento dal medico svizzero J.Hofer) per una faccenda così antica come la saudade. Se consultate un autorevole dizionario portoghese, come il Morais, dopo l'indicazione dell'etimo solidade o solitate, cioè solitudine, vi darà una definizione molto complessa (...). E' dunque qualcosa di straziante, ma può anche intenerire, e non si rivolge esclusivamente al passato, ma anche al futuro...E qui le cose si complicano, perchè la nostalgia del futuro è un paradosso. Insomma, come spiegare questa parola?
E' proprio per questo che allontanandovi di pochi metri siete venuti in Rua da Saudade. Perchè dall'alto di questa piccola strada lo sguardo abbraccia tutta la città e l'enorme foce del Tago. E poco più avanti l'oceano, e l'infinito orizzonte. (...) Lì da soli, guardando questo panorama davanti a voi, forse vi prenderà una sorta di struggimento. La vostra immaginazione, facendo uno sgambetto al tempo, vi farà pensare che una volta tornati a casa e alle vostre abitudini vi prenderà la nostalgia di un momento privilegiato della vostra vita in cui eravate in una bellissima e solitaria viuzza di Lisbona a guardare un panorama struggente. Ecco, il gioco è fatto: state avendo nostalgia del momento che state vivendo in questo momento. E' una nostalgia del futuro. Avete sperimentato di persona la saudade.
Antonio Tabucchi - Viaggi e altri viaggi (2010/Feltrinelli).
-Ciò che è nella mente non ha niente a che fare con il mondo, le cose non diventano mai pensieri e i pensieri non diventano cose. Come gemelli il mondo e il pensiero escono dallo stesso utero rotto e vanno via veloci, si moltiplicano per occupare tutto la spazio e il tempo intorno a loro. Ma il mondo è uno e il pensiero è uno: tra loro non c'è somma né rispetto, però se lo ricordano che sono partiti insieme.
- E le parole? le parole che diciamo, che scriviamo nelle poesie, quelle che stanno sui muri, sono del mondo o del pensiero?
- Sono la nostalgia che l'uno ha dell'altro, di quando erano fusi in un solo calore.
C'e' una ferita in fondo al cuore grande come non l'hai vista mai guarda il sangue e il suo colore ... e' bellissima. C'e' un grande salto in fondo al cuore prima deserto, adesso un'oasi via i cancelli per favore, che non mi servono piu'. Via le lame dal mio cuore, via le cose che lo umiliano carro che non vuol cadere nella stupidita'.
Sulle labbra era il sapore del mattino che hai inventato tu guarda adesso come piove sulle mie labbra blu. Guarda adesso come piove sui sentieri in fondo all'anima storie che non hanno odore, e' la mia realta'.
Vorrei dare un nuovo nome, nuova linfa a tutto quel che c'e'. ma ogni cosa e' una ferita che mi ricorda te.