Cosa c'è di più radicale della "paura di non essere amabili"?
C'è! C'è un livello più profondo. Di questo credo parli il primo episodio di Tokyo.
Ci si rinchiude in un ordine asettico, in un mondo rigidamente - per quanto artisticamente - tenuto sotto controllo, per proteggersi dalle turbolenze della vita e delle relazioni. Eppure, a volte, un dettaglio, scorto da uno sguardo mantenuto ostinatamente basso, può essere così sottile da scovare quell'unica crepa da cui filtrare. E da lì il mondo può fare breccia.
Ci si pensa diversi, rari, quasi unici nell'isolamento e la sorpresa è che tutti, come te, sono diventati Kikikomori.
C'è qualcosa che spinge fuori, che non si lascia - né ci lascia - inscatolare allo stato di monade.
Più potente della paura d'incontrare, quella forza fa tremare la terra e le pareti dei bunker finemente arredati. E' il terzo episodio.
Il secondo è Una Merda! Ben composta e arrotolata però!
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martedì 15 novembre 2011
sabato 29 ottobre 2011
Shrink
Mezzi matti, nevrotici, svitati a chiedergli aiuto. E lui, Henry, lì a riempire il ruolo che si è guadagnato in anni di studio e di carriera, su una poltrona di psichiatra.
Henry non è Henry, è un professionista e la sua professione è stare su una barca e gettare quantomeno i salvagente ai tanti naufraghi, per tanti motivi, che gridano aiuto tra i flutti che vogliono inghiottirli.
Henry non può esimersi, ma è lui stesso tra i flutti, schiacciato dal senso di colpa per il suicidio della moglie che non ha saputo prevenire né evitare e che comunque non riesce a spiegarsi.
Henry non può fare nulla: in fondo ciascuno può salvare solo sé stesso, non ci sono né salvagente né scialuppe di salvataggio. Pure la barca è solo un'illusione.
Siamo tutti giù tra le onde che provano ad ingoiarci, ognuno con il suo dolore irrisolto.
Possibile è solo la fratellanza, la partecipazione.
- Non passerà vero?
- No. Ma siamo qui, ed è già qualcosa.
giovedì 11 febbraio 2010
L'uomo che verrà
L'uomo che verrà è già arrivato ed un bimbo, ormai adulto, a ragione, piange.

Il film di Diritti, che avevo già avuto modo di apprezzare ne "Il vento fa il suo giro", è un'opera necessaria e urgente. Ci ricorda da dove veniamo, che il nostro mondo non nasce spontaneamente dal nulla, che (per dirla con Majakovskji) l'avvenire non è venuto da solo. E, in parte, sarebbe storia che si potrebbe apprendere sui libri. Ma lo sguardo che il regista (nonché sceneggiatore) propone non è una veduta aerea, da cui si osservano fazioni opposte che si fronteggiano a suon di artiglieria, tra le quali è fin troppo facile schierarsi; lo sguardo che Diritti propone è quello di una bambina, è uno sguardo ravvicinato, che vede e non capisce. Dagli occhi di quella bambina si racconta, senza rinunciare alle ombre, una vicenda della resistenza partigiana conclusasi tragicamente; ma si racconta anche un mondo ormai scomparso, che a malapena trova qualche piccolo aggancio, nella mia mente di uomo alle soglie dei quaranta, tra i ricordi della mia infanzia. E la ricostruzione di quel mondo contadino - fatto di miseria e duro trarre dalla terra quanto necessita per vivere, ma anche di saggezza, coraggio, e una ricca umanità fatta di rituali e vera solidarietà - la ricostruzione di quel mondo, dicevo, si spinge alla fine sottigliezza dei dettagli. Solo uno sguardo attento può essere in grado di raccontare così bene una storia, un mondo. Certe inquadrature sono così pregne, i colori così reali, che di una stanza da letto sembra di sentire gli odori.
Non so: la storia raccontata è talmente drammatica che da un certo punto in poi vorresti alzarti, andare a fermare la pellicola, per ripararti dal dolore del tragico epilogo, ma.
Ma io ho provato nostalgia per quel mondo scomparso: quel mondo, solo raccontato, mi è parso più vero di tanto nostro condurre vicende sfilacciate - spesso virtuali - che sanno più di disordinato intrattenimento che di vita reale.

Il bimbo, divenuto adulto, piange. La libertà ereditata, costata sudore e sangue, abbandonata incurantemente in un angolo della stanza, se l'è fatta sottrarre durante il sonno. Finito il dovuto ma tardivo lamento, senza memoria, toccherà capire tutto da capo, rimboccarsi le maniche, chiamare compagni, riscoprire valori, andarsi a riprendere il bene più prezioso.

Il film di Diritti, che avevo già avuto modo di apprezzare ne "Il vento fa il suo giro", è un'opera necessaria e urgente. Ci ricorda da dove veniamo, che il nostro mondo non nasce spontaneamente dal nulla, che (per dirla con Majakovskji) l'avvenire non è venuto da solo. E, in parte, sarebbe storia che si potrebbe apprendere sui libri. Ma lo sguardo che il regista (nonché sceneggiatore) propone non è una veduta aerea, da cui si osservano fazioni opposte che si fronteggiano a suon di artiglieria, tra le quali è fin troppo facile schierarsi; lo sguardo che Diritti propone è quello di una bambina, è uno sguardo ravvicinato, che vede e non capisce. Dagli occhi di quella bambina si racconta, senza rinunciare alle ombre, una vicenda della resistenza partigiana conclusasi tragicamente; ma si racconta anche un mondo ormai scomparso, che a malapena trova qualche piccolo aggancio, nella mia mente di uomo alle soglie dei quaranta, tra i ricordi della mia infanzia. E la ricostruzione di quel mondo contadino - fatto di miseria e duro trarre dalla terra quanto necessita per vivere, ma anche di saggezza, coraggio, e una ricca umanità fatta di rituali e vera solidarietà - la ricostruzione di quel mondo, dicevo, si spinge alla fine sottigliezza dei dettagli. Solo uno sguardo attento può essere in grado di raccontare così bene una storia, un mondo. Certe inquadrature sono così pregne, i colori così reali, che di una stanza da letto sembra di sentire gli odori.
Non so: la storia raccontata è talmente drammatica che da un certo punto in poi vorresti alzarti, andare a fermare la pellicola, per ripararti dal dolore del tragico epilogo, ma.
Ma io ho provato nostalgia per quel mondo scomparso: quel mondo, solo raccontato, mi è parso più vero di tanto nostro condurre vicende sfilacciate - spesso virtuali - che sanno più di disordinato intrattenimento che di vita reale.

Il bimbo, divenuto adulto, piange. La libertà ereditata, costata sudore e sangue, abbandonata incurantemente in un angolo della stanza, se l'è fatta sottrarre durante il sonno. Finito il dovuto ma tardivo lamento, senza memoria, toccherà capire tutto da capo, rimboccarsi le maniche, chiamare compagni, riscoprire valori, andarsi a riprendere il bene più prezioso.
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