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domenica 30 giugno 2013
Frontiere
Questo involucro che mi tiene; che tiene i pezzi di cui sono fatto, organi, membra, sangue, nervi; e tiene anche ciò di cui non sono fatto, insondabile a qualsiasi sezionamento per quanto microscopico.
In esso mi tengo al riparo quando fuori è tempesta, quando ho voglia di restare nascosto. Su di esso affiorano, come a superficie che separa profondità da immensità, i segni dell'invisibile che in correnti convettive in me si mescola.
Talvolta, deliberatamente vi imprimo l'istantanea che racchiude una storia che vorrei tu mi chiedessi, che non vorrei la memoria smarrisse, l'istante per il quale chiedo eternità.
Questi involucri che abitiamo senza mai sentirci completamente a casa sono allora frontiere, sottili terre di nessuno, di passaggio tra un ignoto di proprietà e un altro estraneo e misterioso. Da attraversare, uscendo e rientrando, con una speranza di ospitalità.
Ed è stata una frontiera d'aria, ieri sera, tra noi e loro.
Abbiamo goicato insieme un gioco strano: loro a mettere messaggi in bottiglie e sospingerle soffiando contro la bonaccia; noi a raccoglierle con un misto di morbosa curiosità, voglia di emozionarsi, voglia di ascoltare, capire, partecipare. Un gioco strano, di luci e ombre, maschere e trasparenze; di palloni enormi, gonfiati e stampati con la mappa del mondo, fatti volteggiare e roteare sulle teste, smanacciando; di foto di gruppo di noi e loro scattate per finta; di saluti con le manine aperte che ondeggiano e qualche sorriso distillato come dono prima di ritirarsi.
Noi attraverso un corridoio che ci rimetteva nella libera normalità.
Loro, nei loro cubicoli dissposti in anfiteatro e verniciati di rosso solo verso l'esterno; a riconciliarsi con il sonno che forse è un sonno solo, che continua a dispetto dei singoli risvegli e dello sciame variegato di incubi e sogni.
La frontiera è stata attraversata.
La frontiera si è richusa.
domenica 14 aprile 2013
giovedì 21 febbraio 2013
Imbianchino
Io, Terzilio, Pantabo. Imbianchino, aspirante pittore, forse. Se solo riuscissi a riportare a bianco la parete. Ma non mi riesce nemmeno quello. La pennellessa ancora in mano, ai piedi un secchio di vernice sempre più vuoto. I barattoli dei colori più in là. L'impasse della sfiducia in me stesso rende l'aria collosa. Eravamo in tanti, gli occhi frugano intorno e incontrano solo trasparenze, figure traslucide di altri me che stanno svanendo.
sabato 2 giugno 2012
sabato 26 maggio 2012
Non lo so
Non lo so, te l'ho già detto.
Come cosa?
Non lo so.
Tutto quanto.
Ho fatto, ho detto, sono diventato.
Di cosa vuoi parlare?
Dillo, dillo tu.
Non mi tiro mica indietro sai!
Trovo il modo per parlare un po' di tutto.
Sì, parliamone, ecco.
I tigli, sì.
Anche per quest'anno sono fioriti.
Che ti aspettavi?
E ieri ho avvistato i primi fiori d'iperico.
Ispidi e forti.
La rucola no, non si dovrebbe farla andare in fiore.
Ma amo il riciclo, perciò accetta questi!
Se vuoi posso camminare su una fune!
Per dare... sì, do. Non troppo.
Ma neanche troppo poco.
Faccio la mia parte insomma. Ma.
Non lo so. Cioé voglio dire.
Alla fine. Sì alla fine.
Non per forza quella fine.
Intendo dire: in fondo.
Tutto questo.
A volte viene il dubbio.
A te non viene mai?
Come quale dubbio.
Il dubbio che poi.
Non lo so via.
Del resto fin dall'inizio l'avevo detto.
Non ci siamo capiti.
Forse è meglio.
Lo preferisco.
Ma i tuoi occhi, di che colore sono?
Ed io.
Com'è che mi sono chiamato?
Come cosa?
Non lo so.
Tutto quanto.
Ho fatto, ho detto, sono diventato.
Di cosa vuoi parlare?
Dillo, dillo tu.
Non mi tiro mica indietro sai!
Trovo il modo per parlare un po' di tutto.
Sì, parliamone, ecco.
I tigli, sì.
Anche per quest'anno sono fioriti.
Che ti aspettavi?
E ieri ho avvistato i primi fiori d'iperico.
Ispidi e forti.
La rucola no, non si dovrebbe farla andare in fiore.
Ma amo il riciclo, perciò accetta questi!
Se vuoi posso camminare su una fune!
Per dare... sì, do. Non troppo.
Ma neanche troppo poco.
Faccio la mia parte insomma. Ma.
Non lo so. Cioé voglio dire.
Alla fine. Sì alla fine.
Non per forza quella fine.
Intendo dire: in fondo.
Tutto questo.
A volte viene il dubbio.
A te non viene mai?
Come quale dubbio.
Il dubbio che poi.
Non lo so via.
Del resto fin dall'inizio l'avevo detto.
Non ci siamo capiti.
Forse è meglio.
Lo preferisco.
Ma i tuoi occhi, di che colore sono?
Ed io.
Com'è che mi sono chiamato?
venerdì 20 aprile 2012
sono un povero stupido
"L'ironia praghese è un gioco apparentemente infantile, folle e stupido in un senso superiore, è la battaglia contro una felicitante teoria dello stato e contro l'apparato burocratico. Naturalmente è anche coscienza della vanità di tale lotta. E' l'abolizione di una soggettività che è giunta fino in fondo, è la più alta libetà possibile nel mondo senza dio" Bohumil Hrabal
domenica 15 aprile 2012
giovedì 8 marzo 2012
C - 6 : colpito l'incrociatore
"Ci sono persone che ci vivono nello sguardo degli altri. Esistono solo lì, ed è lì che si sentono a casa."
F. De Paolis
F. De Paolis
mercoledì 7 marzo 2012
Incontri letterari
"E' la gestione dell'incoffessabile che rende estremamente diversi gli esseri umani"
Federica De Paolis
Federica De Paolis
sabato 25 febbraio 2012
Prima di straripare
Gli occhi da cerbiatto fuori contesto, di chi è lì perché tutto il mondo balbetta le stesse parole, ma vorrebbe ben più di quel ballo in maschera, ben più di quello scontrarsi di bicchieri in brindisi semifelici. Quegli occhi che chiamano un altrove, abbinati a quell'aria schiva, di disinteresse e disincanto troppo precoci. Di scetticismo, di sfida.
Poche uscite, ma mai lisce, sempre a provare un limite, a cercare di bucare il velo di un'apparenza, per provare a vedere cosa c'è di là, se è davvero tutto in ordine come la superficie vorrebbe dare ad intendere; oppure se di là c'è il caos, il disordine lasciato da una partenza improvvisa, o quello ancora più frammentato provocato da un'esplosione.
Si può solo tacere con pienezza e salutarsi un attimo prima di straripare.
Poche uscite, ma mai lisce, sempre a provare un limite, a cercare di bucare il velo di un'apparenza, per provare a vedere cosa c'è di là, se è davvero tutto in ordine come la superficie vorrebbe dare ad intendere; oppure se di là c'è il caos, il disordine lasciato da una partenza improvvisa, o quello ancora più frammentato provocato da un'esplosione.
Si può solo tacere con pienezza e salutarsi un attimo prima di straripare.
venerdì 24 febbraio 2012
giovedì 24 novembre 2011
Nazim Hikmet
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.
martedì 15 novembre 2011
Cara
Cosa ho davanti, non riesco più a parlare
dimmi cosa ti piace, non riesco a capire, dove vorresti andare
vuoi andare a dormire.
Quanti capelli che hai, non si riesce a contare
sposta la bottiglia e lasciami guardare
se di tanti capelli, ci si può fidare.
Conosco un posto nel mio cuore
dove tira sempre il vento
per i tuoi pochi anni e per i miei che sono cento
non c'è niente da capire, basta sedersi ed ascoltare.
Perché ho scritto una canzone per ogni pentimento
e debbo stare attento a non cadere nel vino
o finir dentro ai tuoi occhi, se mi vieni più vicino.........
La notte ha il suo profumo e puoi cascarci dentro
che non ti vede nessuno
ma per uno come me, poveretto, che voleva prenderti per mano
e cascare dentro un letto.....
che pena...che nostalgia
non guardarti negli occhi e dirti un'altra bugia
A..Almeno non ti avessi incontrato
io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato.
Tu corri dietro al vento e sembri una farfalla
e con quanto sentimento ti blocchi e guardi la mia spalla
se hai paura a andar lontano, puoi volarmi nella mano
ma so già cosa pensi, tu vorresti partire
come se andare lontano fosse uguale a morire
e non c'e' niente di strano ma non posso venire
Così come una farfalla ti sei alzata per scappare
ma ricorda che a quel muro ti avrei potuta inchiodare
se non fossi uscito fuori per provare anch'io a volare
e la notte cominciava a gelare la mia pelle
una notte madre che cercava di contare le sue stelle
io li sotto ero uno sputo e ho detto "OLE'" sono perduto.
La notte sta morendo
ed e' cretino cercare di fermare le lacrime ridendo
ma per uno come me l' ho gia detto
che voleva prenderti per mano e volare sopra un tetto.
Lontano si ferma un treno
ma che bella mattina, il cielo e' sereno
Buonanotte, anima mia
adesso spengo la luce e così sia.
venerdì 11 novembre 2011
sabato 29 ottobre 2011
Shrink
Mezzi matti, nevrotici, svitati a chiedergli aiuto. E lui, Henry, lì a riempire il ruolo che si è guadagnato in anni di studio e di carriera, su una poltrona di psichiatra.
Henry non è Henry, è un professionista e la sua professione è stare su una barca e gettare quantomeno i salvagente ai tanti naufraghi, per tanti motivi, che gridano aiuto tra i flutti che vogliono inghiottirli.
Henry non può esimersi, ma è lui stesso tra i flutti, schiacciato dal senso di colpa per il suicidio della moglie che non ha saputo prevenire né evitare e che comunque non riesce a spiegarsi.
Henry non può fare nulla: in fondo ciascuno può salvare solo sé stesso, non ci sono né salvagente né scialuppe di salvataggio. Pure la barca è solo un'illusione.
Siamo tutti giù tra le onde che provano ad ingoiarci, ognuno con il suo dolore irrisolto.
Possibile è solo la fratellanza, la partecipazione.
- Non passerà vero?
- No. Ma siamo qui, ed è già qualcosa.
lunedì 3 ottobre 2011
Lo confesso
I miei ultimi 200 anni sono stati bellissimi.
Ma la tristezza non so farla svanire,
posso al massimo caricarla sulle spalle mentre salgo il costante pendio
o mentre tento di decifrare il labirinto.
Nei momenti migliori mi seggo di fronte a lei,
la guardo mentre non dice niente,
fino alla sconfitta dell'abbraccio.
Ma la tristezza non so farla svanire,
posso al massimo caricarla sulle spalle mentre salgo il costante pendio
o mentre tento di decifrare il labirinto.
Nei momenti migliori mi seggo di fronte a lei,
la guardo mentre non dice niente,
fino alla sconfitta dell'abbraccio.
Il caldo di Firenze nei giorni appiccicosi di quest'estate che non vuole finire, mi stava facendo a mia volta appiccicoso, di gomma, bloccato in un andirivieni affannoso e frustrante, di piccole commissioni, rattoppi, aggiustamenti amministrativi, manutenzione di oggetti, cose e relazioni tendenti allo sfaldamento naturale, porte trovate chiuse di un inizio prematuramente cercato ed altre sbattute in faccia ad un tentativo maldestro ed ingenuo d'ingresso nel nuovo anno.
Che, come noto, inizia adesso, a Settembre!

Orrore insopportabile della normalità - se questa può chiamarsi tale - e schiodatura repentina con colpo di reni: via da questa noia inusitata, verso l'incadescenza di lava e il metallico ribollire di magma sotto lo spessore scuro della roccia.
Gabbiani
L'eleganza dei gabbiani...
Ci seguono paralleli, apparentemente fermi,
senza battito d'ali, senza fremere di penne.
Involontari campioni d'ingegneria, artisti del volo
bianchi come la purezza.

Chi potrebbe sospettare spietatezza,
il razzolare frenetico tra i rifiuti
con quel manto pettinato e bianco?
Un gabbiano ti frega, non c'è niente da fare!
Ti viene da pensare che voli
per il gusto di planare e di sentire frusciare
tra le piume l'aria fresca e salmastra.
E invece cerca resti,
gli scarti ispidi del nostro cibo di umani.
Se non trova niente che gli serva
corrompe la planata
con un battito d'ali,
cambia obiettivo, cerca altrove,
cibo, in qualsiasi forma:
netturbino pennuto in livrea bianca.
Si mollino gli ormeggi
Le luci del porto cominciano ad opporsi all'oscurità che cala.
Si mollano gli ormeggi: la scia bianca della schiuma compie i suoi ghirigori
mentre ci allontaniamo dal molo.

Una lancia ci segue defilata a destra, lampeggiando un faretto rosso.
Dieci passi fianco a fianco, rispettosi, mentre noi puntiamo la notte
e il mare aperto.
Poi basta: le scie si separano, la piccola imbarcazione compie agilmente
una stretta U - arrivederci forse - torna alla banchina in cemento.
E ciò che punge non è la bellezza.
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